Parchi del Ducato
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Lo sciacallo dorato

Da qualche anno lo sciacallo dorato (Canis aureus), è arrivato anche da noi.

Di origine orientale, si è lentamente diffuso nei Balcani, per entrare in Italia (negli anni '80) attraverso la Venezia Giulia. Di qui, per le terre venete ha passato il Po, magari a nuoto (è un ottimo nuotatore) o sfruttando i periodi di secca. Si è dunque accasato anche nella pianura emiliana. E sta risalendo l'Appennino per ricomparire, a macchia di leopardo, anche in Italia centrale.

Non c'è da stupirsi che la notizia circoli poco… un po' lo Sciacallo, ormai nostrano, è una specie schiva ed elusiva… prevalentemente notturna e difficile da avvistare. Un po', essendo una novità, a colpo d'occhio viene scambiato dai non esperti per una volpe o per un giovane lupo. Quindi è difficile che ai ricercatori giungano notizie di avvistamenti.

In Emilia è arrivato tra il 2016 (occasionali segnalazioni nella bassa piacentina) e il 2017 (nel modenese). Soltanto nel 2020 il gruppo di studio coordinato dai Parchi del Ducato (Dott. Emanuele Fior) ha potuto certificare la prima riproduzione a sud del Po, avvenuta nella bassa parmense.

Nel suo ambiente originario (nelle aree in cui non vi è contatto con l'uomo) lo sciacallo si nutre tanto di animali morti quanto di roditori e invertebrati, senza disdegnare un po' di frutta. La sua fama di "spazzino" ha ancora ragion d'essere, tant'è che la parola sciacallo è usata come metafora per designare colui che trae vantaggio dalle disgrazie altrui.

Studi e rilevamenti fatti dal nostro gruppo di studio (Prof. Francesco Nonnis Marzano - UNIPR; Colonnello Pier Luigi Fedele - Carabinieri Forestali e il Dott. Luca Lapini - Museo di Storia Naturale di Udine) stanno evidenziando aspetti molto interessanti. Grazie al lavoro svolto dai tesisti (Dott.ssa Giulia Bigotti, Dott. Diego Rastelli, Dott. Riccardo Ghirardi) e dai volontari dell'Ente (Marcello Tosca, Mattia Mazzoli, Simona Adorni) è stato possibile confermare l'avvenuta riproduzione del gruppo famigliare parmense.

Un lavoro difficile e impegnativo, che mette assieme l'uso di fototrappole, di stimolazioni bioacustiche (richiami amplificati per ricevere le risposte date dal branco), osservazioni dirette (difficilissime vista l'elusività della specie) e - purtroppo - studi fatti su esemplari trovati morti, principalmente investiti da veicoli. Una nota speciale merita il lavoro fatto dal nostro volontario Diego Barbacini che, con pazienza e tenacia, ha effettuato incredibili riprese dei nostri sciacalli. Ecco un piccolo video con immagini inedite: "Lo sciacallo dorato è tra noi".


Per saperne di più su questo canide abbiamo fatto alcune domande al collega Emanuele Fior.

D. Intanto una cosa. Come è possibile che lo sciacallo sia arrivato fin da noi?

R. Intanto evitiamo possibili equivoci: gli sciacalli (come i lupi) NON sono stati immessi o rilasciati da nessuno! In Italia, fortunatamente, le immissioni di animali selvatici non sono consentite, a meno che non facciano parte di programmi speciali cui partecipano le istituzioni scientifiche e quelle politiche (università, Centri di ricerca, ministeri, regioni, province, ecc…). Programmi sempre preceduti da studi di fattibilità e sondaggi tra la popolazione. E non è il caso né dello sciacallo né del lupo.

D. Chiarissimo. Ma cosa ha spinto gli sciacalli a "migrare" fino da noi?

R. Non si tratta di migrazione, ma di espansione di areale. E nessuno li ha "spinti"! Ogni specie animale ha un habitat e un areale: uno spazio in cui l'ambiente ne garantisce la sopravvivenza e la riproduzione. L'orso polare riesce a vivere esclusivamente sui ghiacci. È un animale molto specializzato: la sua rigida biologia non gli permette di stare altrove. Lo sciacallo, invece, è una specie plastica: nel suo habitat di origine caccia invertebrati, piccoli e medi mammiferi, insetti, uccelli (anche piccole anatre), rane e serpenti. E ovviamente mangia animali morti, dai pesci fino ai grossi mammiferi e infine pure frutta e rifiuti. Gradisce poco la neve ed ha bisogno di spazi sicuri e molto intricati dove nascondersi e riprodursi. E molti siti delle nostre pianure sembrano essere "a misura di sciacallo".

D. Molto interessante. Resta da capire perché, a partire dagli anni '80 lo sciacallo dorato si è spinto fino in Italia.

R. La risposta non è semplice. L'espansione può essere ricondotta ai cambiamenti ambientali avvenuti nella seconda metà del '900 nei Balcani: deforestazione e frammentazione delle foreste, notevole sviluppo dell'agricoltura, persecuzioni nei confronti dei lupi balcanici (naturali competitori e predatori degli sciacalli) e cambiamenti climatici. Questi fattori hanno portato ad un aumento della popolazione locale di sciacalli… e quando una popolazione animale aumenta di numero… i genitori dicono ai discendenti "fatti più in là". E "fatti più in là" per quasi 40 anni… si arriva da noi e anche più a sud (tecnicamente si chiama "dispersal", e riguarda soprattutto i giovani).

D. Quindi la terra emiliana non è l'avamposto dello sciacallo dorato?

R. Quando una specie si espande non si può parlare di avamposti. I giovani lasciano casa ed errano verso zone, diciamo, "vergini". E non è detto che si fermino a pochi km dalla famiglia di origine. Magari seguono l'asta di un fiume, passano un valico… si disperdono nel dedalo di canali alberati della pianura… finché trovano un partner e si accasano di nuovo. Dal momento che sporadiche segnalazioni arrivano dalla Toscana e dalle Marche (una persino dal Circeo, vicino Roma), è molto probabile che il nostro sciacallo stia proseguendo la sua marcia verso sud, dove potrebbe trovare un clima ancora più favorevole e - purtroppo - una grande disponibilità di fonti alimentari di origine antropica.

D: Quando una specie "nuova" arriva in un determinato ambiente, non genera un po' di scompiglio ecologico?

R. Si, no, e dipende. Se parliamo di una specie che spunta dal nulla (specie "aliena" introdotta, volontariamente o no, dall'uomo) spesso l'impatto sulla biodiversità è notevole e a volte devastante. E' il caso del gambero rosso della Louisiana che ha messo in crisi i gamberi di fiume autoctoni, o del famoso granchio blu, i cui impatti saranno osservabili nei prossimi decenni. E gli esempi sono tantissimi. Il fenomeno è impressionante anche a livello di fauna acquatica e soprattutto nel mondo vegetale.

D. Quindi dobbiamo aspettarci danni ecologici causati dallo sciacallo?

R. Direi proprio di no. Se una specie allarga il suo areale naturalmente non può essere considerata "aliena". Sicuramente ha degli effetti, ma si tratta di un'espansione lenta e graduale e la natura ha il tempo e la capacità di assorbire il cambiamento senza particolari scossoni. Un po' come sta accadendo con il lupo che, espandendosi dall'Appennino Centrale, ha via via (ri)colonizzato le montagne ricche di prede selvatiche. E anche il lupo, sempre con il meccanismo del dispersal (o del "fatti più in là") è sceso per le aste fluviali, si è diffuso in collina e ormai è stabile anche in tutta la pianura emiliana.

D. Interessante questa distinzione tra specie "aliena" e specie in espansione naturale. Quindi nelle nostre pianure ci sarà una competizione tra lupo e sciacallo?

R. Dal punto di vista alimentare lo sciacallo è uno davvero di bocca buona e il lupo non è per nulla schizzinoso. Ma, quanto a plasticità alimentare, la volpe li supera entrambi. In ogni caso nessuna delle tre specie di canidi è un carnivoro obbligato, nutrendosi all'occorrenza di ciò che trovano. Da un punto di vista ecologico probabilmente assisteremo ad una serie di equilibri successivi, in cui le tre specie si assesteranno nello stesso habitat. In altre parole la torta da spartirsi (prede, carcasse e rifiuti) è quella. Se ci devono vivere tre specie… troveranno la quadra, come si dice a Parma.

D. Così la stai facendo troppo semplice, ti conosco. Immagino che la realtà sia più articolata…

R. Molto più che articolata! Ci sono tre canidi nello stesso habitat. Volpe e sciacallo occupano una nicchia trofica più simile, mentre quella del lupo è più specializzata su prede di maggiori dimensioni. I primi due competono molto per le risorse, il lupo, potendo cacciare anche i grandi ungulati, compete di meno. Ma non finisce qui: dove c'è il lupo è più difficile per gli sciacalli trovare rifugi sicuri per la riproduzione e tanto le volpi quanto gli sciacalli possono essere preda del lupo. Poi c'è il rovescio della medaglia: le prede cacciate dai lupi possono essere fonte di cibo per sciacalli e volpi e, giusto per complicare il quadro, sembra possano esserci casi di cooperazione tra volpe, lupo e sciacallo nella caccia di alcuni animali.

D. Beh, detta così… forse era meglio la risposta più semplice… 

R. Hai insistito tu. Ma la scienza non cerca risposte semplici, cerca semplicemente delle risposte! Sono in corso molti studi al riguardo, e per quel che concerne Parma partiranno a breve nuove ricerche (N.d.R. coordinate dai Parchi del Ducato) per conoscere meglio lo sciacallo dorato, le sue abitudini e le sue interazioni ecologiche, anche con le attività umane. Sarà un lavoro notevole, ma l'importanza biologica della specie, il suo ruolo ecologico e la potenziale interazione con le attività umane merita tutta la nostra attenzione.

D. Interazioni con l'uomo: ma è pericoloso per noi? Anche indirettamente, ad esempio per quanto riguarda la trasmissione di malattie?

R. L'animale più pericoloso per l'uomo… è l'uomo stesso (da cui "homo hominis lupus", ovvero "l'uomo è il lupo degli uomini" - N.d.R.). Battute a parte, lo sciacallo, come il lupo, non è un animale pericoloso per noi, nemmeno indirettamente. Non aggredisce l'uomo. Come tutti i canidi (incluso il cane domestico), può essere vettore di alcune zoonosi, ma la situazione sanitaria non desta preoccupazione. Nel triveneto sono stati analizzati oltre 30 esemplari e sono risultati negativi per la rabbia silvestre (presente a nord del Po), per il cimurro (durante un'epidemia che ha colpito tassi e volpi), e per altri patogeni.

D. Un'ultima domanda, forse provocatoria: hai accennato più volte al fatto che i rifiuti lasciati dall'uomo sono una fonte di cibo importante. Quindi avere rifiuti in giro non è sempre una cosa negativa…

R. Esattamente il contrario. Gli animali selvatici devono trovare le risorse per vivere nella natura. Un intervento umano può fornire cibo extra ad una specie, ma deve essere limitato ad azioni specifiche (e scientificamente validate) rivolte alla tutela di animali rari e minacciati. È il caso dei "carnai" realizzati sulle Alpi o in Sardegna che hanno contribuito a salvare alcune specie di avvoltoio. Tolto questo, gli animali selvatici non dovrebbero mai avere accesso ai rifiuti, con buona pace anche per gli sciacalli. Nel caso dello sciacallo (e anche del lupo) "padano", oltre ai rifiuti domestici una fonte di cibo viene trovata anche negli scarti alimentari e di lavorazione di aziende, soprattutto agricole. In un ambiente equilibrato devono essere le sole risorse naturali a fornire cibo alle specie selvatiche!

Sciacallo dorato
(foto di AA.VV.)
Lo sciacallo dorato in Pianura Padana
(foto di D. Barbacini)